Quando un valore convenzionale diventa metà del rischio

½ LOQ e falsa precisione nella Valutazione di Impatto Sanitario

24 ottobre 2026

Un numero può essere corretto dal punto di vista del calcolo e, al contempo, raccontare una storia incompleta. Accade anche nelle valutazioni di impatto sanitario. Un rapporto può concludere che una sostanza contribuisce in misura rilevante, talvolta prevalente, al rischio oncologico stimato. Il lettore (che può essere anche un decisore politico o un magistrato) tende allora a ricavare un messaggio semplice: quella sostanza è presente nell’ambiente ed è la principale responsabile del rischio.

Ma non sempre il passaggio è così diretto. Nel caso di sostanze ad elevata preoccupazione tossicologica (Substances of Very High Concern – SVHC secondo il regolamento REACH), come il cromo esavalente – Cr(VI), una quota consistente del rischio può derivare non da una concentrazione analiticamente quantificata nei campioni, ma da una convenzione prevista dalle linee guida: l’attribuzione di un valore pari alla metà del limite di quantificazione (½ LOQ), quando il risultato analitico è inferiore a tale limite. La distinzione sembra tecnica. In realtà cambia il significato del numero.

Che cosa significa “inferiore al limite di quantificazione”

Un risultato inferiore al limite di quantificazione non significa che una sostanza sia assente. Significa che il metodo analitico non consente di attribuirle, in quel campione, una concentrazione con un grado di affidabilità quantitativa sufficiente. La sostanza potrebbe essere presente a livelli molto bassi; potrebbe anche non esserci. Il dato disponibile non consente di scegliere con certezza tra queste due possibilità. Per le SVHC, trattare automaticamente ogni valore inferiore al LOQ come zero potrebbe sottostimare il rischio. È per questa ragione che le linee guida ISPRA–ISS prevedono, nelle condizioni applicabili, di sostituire il risultato non quantificabile con il valore convenzionale pari a ½ LOQ.

Non è un errore. Non è una manipolazione dei dati. È una scelta metodologica cautelativa, concepita per evitare che un limite analitico diventi impropriamente un limite di protezione sanitaria, ma non è neppure una misura. ½ LOQ non è la concentrazione osservata della sostanza nel campione. È il valore convenzionale con cui il modello rappresenta una concentrazione non quantificata.

Perché, nel caso del Cr(VI), la distinzione pesa molto

Il Cr(VI) è una SVHC. Per questo, anche una concentrazione molto bassa può produrre, in un modello di rischio, un contributo non trascurabile. Il rischio stimato non dipende soltanto dalla concentrazione. Dipende anche dalla durata e dalle vie di esposizione, dalle caratteristiche della popolazione considerata e dal fattore tossicologico applicato. Quando quest’ultimo è elevato, un valore di concentrazione convenzionalmente assegnato può incidere in modo decisivo sul risultato finale.

Può quindi accadere che il Cr(VI) rappresenti oltre metà del rischio oncologico stimato, pur essendo entrato nel calcolo con un valore pari a ½ LOQ perché non quantificato nei campioni. Il risultato non va ignorato. Ma va letto per ciò che è. Non dimostra che la concentrazione di Cr(VI) nei campioni sia pari a tale valore. Non dimostra neppure che l’esposizione sia nulla. Descrive uno scenario cautelativo di rischio, elaborato secondo una convenzione metodologica.

È una differenza essenziale, soprattutto quando i risultati vengono sintetizzati in una frase che rischia di trasformare una stima in un fatto apparentemente osservato.

Una seconda cautela: l’estrapolazione lineare a zero della curva dose-risposta

C’è un ulteriore passaggio, meno visibile ma decisivo, nella stima del rischio dei cancerogeni genotossici. Il coefficiente di rischio che trasforma una concentrazione in una probabilità di tumore non deriva, di norma, dall’osservazione diretta degli effetti alle concentrazioni ambientali più basse. In quella fascia di esposizione, i rischi rilevanti per la sanità pubblica — dell’ordine di uno su diecimila, centomila o un milione — sono troppo piccoli per essere misurati direttamente con gli studi disponibili. La curva dose-risposta si osserva a concentrazioni più elevate negli studi sperimentali o nelle popolazioni professionalmente esposte. Da quel tratto osservabile si identifica un punto di partenza e si prolunga la relazione linearmente verso le dosi più basse, fino allo zero. Non è un’interpolazione. L’interpolazione stima ciò che accade fra valori effettivamente osservati. Qui si compie invece un’estrapolazione: si inferisce ciò che potrebbe accadere a concentrazioni inferiori a quelle per le quali sono disponibili dati sufficienti.

Per i cancerogeni con meccanismo genotossico, questo approccio è cautelativo e ha una logica precisa. Si assume che non sia dimostrabile l’esistenza di una soglia al di sotto della quale il rischio aggiuntivo sia certamente nullo; la relazione lineare consente quindi di non trascurare un possibile effetto a basse concentrazioni, ma anche questa è un’ipotesi del modello, non un’osservazione diretta.

La letteratura metodologica ricorda che le curve dose-risposta di molti cancerogeni non sono necessariamente lineari lungo l’intero intervallo di esposizione. In particolare, la pendenza misurabile alle dosi più elevate può riflettere anche la saturazione dei sistemi di detossificazione o di riparazione, oppure l’azione di meccanismi di promozione tumorale che non agiscono allo stesso modo alle dosi più basse. Perciò, applicare linearmente quella pendenza fino a zero può produrre una stima cautelativa superiore al rischio reale, senza che sia possibile quantificare con precisione di quanto.

Quando due convenzioni entrano nello stesso calcolo

Nel caso di una sostanza non quantificata, come il Cr(VI) al di sotto del limite di quantificazione, il risultato finale comprende dunque due passaggi distinti. Il primo è l’attribuzione convenzionale di ½ LOQ alla concentrazione non quantificata, secondo le linee guida ISPRA–ISS. Il secondo è l’applicazione di un coefficiente di rischio che, per i cancerogeni trattati con il modello lineare senza soglia, estrapola dalle dosi osservabili a quelle ambientali più basse.

In forma semplificata:

R = E x ½ LOQ x K

dove:

  • R è il rischio stimato,
  • E è l’esposizione,
  • ½ LOQ rappresenta la metà del limite di quantificazione,
  • K è la pendenza della retta che estrapola la curva dose‑risposta fino a intersecare l’asse x in 0.

Non andrebbe peraltro dimenticato che, classicamente in tossicologia, la risposta (prevalenza dell’effetto, in questo caso il cancro) è proporzionale al logaritmo della dose e che, su scala logaritmica, lo zero non esiste: log(0) non è definito e la dose pari a zero non può essere rappresentata né interpolata. L’estrapolazione “a zero” è sempre un artificio matematico, non un punto reale della curva. Quando si parla di “pendenza della retta che estrapola a zero”, ci si riferisce a una linearizzazione locale della curva log‑dose‑risposta in prossimità dei livelli più bassi misurabili, non a un vero comportamento della funzione nel punto zero. Questo è necessario per costruire uno scenario prudenziale. Ma non va letto come una misura diretta dell’esposizione, né come un’osservazione diretta del rischio oncologico nella popolazione.

Il problema non è la cautela. È la falsa precisione.

La cautela svolge un ruolo importante nelle decisioni di sanità pubblica. Serve a non trascurare un possibile rischio solo perché gli strumenti analitici non riescono a quantificarlo con precisione, ma una stima cautelativa deve restare riconoscibile come tale.

Un problema sostanzialmente analogo riguarda il Cr(VI), l’arsenico, il piombo, gli idrocarburi policiclici aromatici, il benzene, le diossine e i furani, spesso al di sotto del limite di rilevazione (LOD – Limit Of Detection) dei metodi analitici disponibili e inclusi nella VIS come ½ LOQ. Peraltro, andrebbe considerato che LOD è definito come valore triplo rispetto al rumore di fondo, mentre LOD è pari a 10 volte il background: ne consegue che, se la sostanza non è rilevabile, il valore di default dovrebbe essere ½ LOD; se è rilevabile ma non quantificabile, ½ LOQ.

Dire «Il Cr(VI) è responsabile di oltre metà del rischio oncologico» può indurre a pensare che sia stata misurata una concentrazione di Cr(VI) e che, a partire da tale misura, sia stata calcolata la quota di rischio. Una formulazione più rigorosa sarebbe: «Nello scenario di rischio costruito secondo le linee guida, il contributo attribuito al Cr(VI), convenzionalmente fissato a ½ LOQ quando non quantificato, rappresenta oltre la metà del rischio oncologico stimato.»

La seconda frase è più lunga. Ma restituisce la struttura reale del ragionamento: un dato analitico, un limite di quantificazione, una regola di sostituzione, un parametro tossicologico e un modello di esposizione. Non è un dettaglio comunicativo. È la differenza fra spiegare un risultato e limitarsi a mostrarne il valore finale.

Tre livelli che un buon rapporto dovrebbe distinguere

Una valutazione leggibile e trasparente dovrebbe rendere immediatamente distinguibili almeno tre piani.

Il primo è il piano delle concentrazioni misurate e quantificate. Qui il dato deriva direttamente dall’analisi del campione e può essere utilizzato come stima dell’esposizione, con la relativa incertezza analitica.

Il secondo è il piano delle concentrazioni trattate in modo convenzionale. Qui rientrano, per esempio, le sostanze valorizzate a ½ LOQ. Il loro contributo non è irrilevante, ma ha una natura diversa: deriva dall’applicazione di una regola cautelativa a un risultato non quantificato.

Il terzo è il piano del rischio stimato dal modello. È il risultato che combina le concentrazioni, le ipotesi di esposizione e i parametri tossicologici. È utile per orientare la prevenzione e il controllo, ma non va scambiato per una fotografia diretta della realtà ambientale.

Se questi tre livelli restano distinti, il lettore può comprendere sia la ragione della prudenza sia l’ampiezza dell’incertezza.

L’analisi della sensibilità (sensitivity analysis) non indebolisce il risultato

Quando una sostanza trattata convenzionalmente incide in modo significativo sul rischio complessivo, è utile mostrare in che misura il risultato dipenda da tale scelta.

L’applicazione di ½ LOQ può restare il risultato principale, poiché è quella prevista dalle linee guida. Ma il rapporto dovrebbe rendere visibile anche una domanda ulteriore: quanto cambierebbe il rischio totale se il contributo delle sostanze non quantificate fosse ritenuto nullo? Non per sostituire arbitrariamente la metodologia prescritta. Non per scegliere il risultato più rassicurante. Ma per capire dove si concentra l’incertezza.

Un’analisi di sensibilità non è un esercizio difensivo. È un modo per mostrare al decisore e ai cittadini quali componenti del modello guidano realmente il risultato. Se metà del rischio dipende da una concentrazione convenzionale, questo fatto merita di essere esplicito quanto il numero conclusivo. Va peraltro ricordato che, secondo EFSA e altre agenzie, se tutti i risultati sono < LOQ, si deve usare il Lower Bound = 0. Il Medium Bound = 1/2 LOQ si usa solo quando una parte significativa dei campioni è positiva e si vuole una stima media, non quando i dati non sono rilevabili in nessuno dei campioni.

Trasparenza e prevenzione non sono alternative

A volte si teme che insistere sulle incertezze equivalga a minimizzare un rischio o a rallentare le misure di prevenzione. È un equivoco. La prevenzione richiede prudenza, ma la trasparenza impone di distinguere ciò che è stato osservato da ciò che è stato stimato per cautela. Confondere questi due piani può produrre l’effetto opposto a quello desiderato: indebolire la fiducia nei tecnici, alimentare contrapposizioni e facilitare l’uso selettivo di numeri fasulli nel dibattito pubblico.

Un valore assegnato al rischio è più utile quando porta con sé la propria storia: quali dati sono stati misurati, quali sostanze non erano quantificabili, quali regole sono state applicate e quali ipotesi hanno maggiormente influenzato il risultato. Il rigore non consiste soltanto nel calcolare un rischio. Consiste nel rendere trasparente il modo in cui viene calcolato.


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