Antonio Mutti, 30 ottobre 2026
La vicenda dell’ex ILVA ci deve aiutare a riflettere sul modo in cui valutiamo i rischi ambientali, il lavoro e le disuguaglianze nell’accesso alle cure. Per tutelare la salute del territorio occorre considerare insieme questi aspetti, senza negarne nessuno.
La vicenda dell’ex ILVA di Taranto non può essere compresa attraverso una contrapposizione sommaria tra chi difende la salute e chi difende il lavoro. Entrambi i diritti che la nostra Costituzione tutela sono garantiti a persone in carne e ossa, spesso le stesse: lavoratori che abitano nei quartieri esposti, famiglie che dipendono dal reddito della fabbrica, cittadini che chiedono un ambiente più salubre e un’assistenza sanitaria adeguata.
Il 29 ottobre 2026 le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione hanno rigettato il ricorso principale e quello incidentale contro il provvedimento della Corte d’appello di Milano, che dispone la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo. Il decreto subordina l’eventuale ripresa alla rimozione integrale dell’amianto ancora presente negli impianti e all’adozione delle misure necessarie per ricondurre i livelli di PM10 e PM2,5 entro i limiti di sicurezza, nello scenario produttivo autorizzato di 6 milioni di tonnellate annue. La Cassazione ha ritenuto sufficiente, ai fini del mantenimento dell’inibitoria, la motivazione relativa all’amianto; non ha esaminato nel merito le censure relative alle polveri, dichiarandole inammissibili per difetto di interesse. [1]
La decisione va rispettata. Discuterne le premesse e le conseguenze non significa contestare il ruolo della magistratura, alla quale spetta applicare la legge nel caso concreto. Significa chiedersi se il dibattito pubblico e le politiche chiamate a dare seguito alla decisione sappiano affrontare l’intera realtà sanitaria, sociale e industriale di Taranto. Ma soprattutto se l’analisi tecnica e scientifica è stata in grado di offrire il quadro corretto della situazione su cui i politici e gli amministratori avrebbero dovuto intervenire e i giudici emettere sentenze nei vari gradi di giudizio. È una questione che nessuna sentenza, da sola, può esaurire.
Quando i numeri smettono di spiegare
Definisco populismo epidemiologico l’uso selettivo di dati scientifici come strumenti di contrapposizione, anziché come elementi da interpretare. Accade quando un numero viene isolato dalle condizioni in cui è stato prodotto e presentato come una risposta definitiva: un picco diventa automaticamente la prova dell’esposizione abituale di tutta la popolazione; un eccesso statistico viene attribuito, senza ulteriori passaggi, a una sola fonte; una quantità di materiale pericoloso viene evocata senza spiegare come debba essere gestita.
L’errore può verificarsi anche nella direzione opposta. La presenza di incertezze o il confronto con situazioni apparentemente peggiori non dimostra che un rischio sia inesistente. La buona epidemiologia non consiste nella scelta del dato più rassicurante o di quello più allarmante, ma nel chiarire che cosa misura ciascun dato, quali conclusioni consente e quali no.
A Taranto i problemi sanitari e ambientali sono reali. La valutazione dell’Organizzazione mondiale della sanità sull’acciaieria, pubblicata nel 2023, richiama gli eccessi di malattia e mortalità già documentati nel territorio e conferma la rilevanza dell’impatto delle emissioni atmosferiche. Il rapporto stima, per esempio, 27 decessi annui nello scenario meno favorevole e 5 in quello più favorevole, tra i residenti nel Comune di Taranto di età superiore ai 30 anni. Si tratta di stime modellistiche relative a scenari diversi, non di decessi osservati e conteggiati uno a uno. La stessa OMS avverte che altre vie di esposizione, come quelle legate al suolo, all’acqua, ai rifiuti e agli alimenti, non sono quantificate in modo sufficientemente affidabile. [2]
La Valutazione del danno sanitario 2025 documenta, nel SIN di Taranto e Statte e nel quinquennio 2018–2022, 776 nuove diagnosi di tumore del polmone e 569 decessi per tumori maligni della trachea, dei bronchi e del polmone. [17]
Riconoscere la gravità di queste evidenze è il punto di partenza, non una concessione retorica. Proprio per questo è necessario evitare che vengano semplificate fino a perdere il loro significato. Un modello va discusso per le sue ipotesi e i suoi limiti; un dato sanitario va collocato nel tempo e nello spazio; un’associazione va interpretata alla luce delle possibili cause concorrenti. La prudenza metodologica non indebolisce la prevenzione: la rende più credibile.
Benzene: la misura non è il rischio
Il dibattito sul benzene è un esempio di quanto sia facile confondere l’unità di misura con il giudizio sanitario. Il benzene è classificato dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro come cancerogeno per l’uomo. Misurarne la concentrazione in microgrammi per metro cubo (µg/m³) non significa, di per sé, che l’esposizione sia irrilevante. Un microgrammo è una piccola quantità di massa; il rischio dipende però anche dalla tossicità della sostanza, dalla concentrazione, dalla durata dell’esposizione e dal numero di persone esposte. [3] [4]
Per rendere esplicito il punto, l’OMS utilizza una stima del rischio incrementale di leucemia pari a circa 6 casi per milione di persone esposte in modo continuativo, per l’intero arco della vita, a una concentrazione di 1 µg/m³ di benzene[1]. È una stima basata su specifiche assunzioni: non consente di prevedere il destino del singolo individuo né di tradurre una misura rilevata in un breve periodo nel numero di casi di malattia in un quartiere. [4] [5]
Ricordo che, quando ero bambino, il benzene (o, come veniva chiamato, il benzolo) era usato anche in ambito domestico per smacchiare. Quel ricordo restituisce la distanza tra la familiarità di certe pratiche e la consapevolezza dei relativi rischi: non può però dimostrare che le esposizioni di allora fossero innocue, né che quelle di oggi siano trascurabili. L’uso passato di uno smacchiatore non indica, senza conoscere il prodotto e le condizioni d’uso, quale dose di benzene sia stata effettivamente assorbita. Sappiamo solo che la proibizione dell’uso del benzene come solvente (Legge 245/1963) ha determinato la scomparsa dell’eccesso di leucemie mieloidi acute in alcuni settori produttivi, come i calzaturifici, ma non di leucemie linfoblastiche acute infantili.
La domanda corretta è un’altra: che cosa è stato misurato, dove, per quanto tempo e con quale frequenza? Un valore orario elevato, una media giornaliera e una media annuale rispondono a domande diverse. Un picco non rappresenta necessariamente l’esposizione abituale; una media annuale, a sua volta, può nascondere episodi brevi e concentrazioni più elevate in prossimità di una sorgente. Anche i valori riferiti agli ambienti di lavoro e quelli relativi all’aria ambiente non possono essere confrontati meccanicamente: cambiano le durate considerate e le popolazioni da proteggere.
Il compito della comunicazione scientifica è spiegare queste differenze senza negare il pericolo. Il compito della prevenzione è identificare le esposizioni evitabili e ridurle, non costruire slogan su casi isolati.
Polveri sottili: il confronto geografico è utile, ma non basta
Un ragionamento analogo vale anche per il particolato atmosferico. È legittimo ricordare che in alcune aree della Pianura Padana l’inquinamento da polveri sottili presenta livelli elevati e persistenti. È un problema nazionale che merita la stessa attenzione riservata ai territori industriali, più spesso presenti nel dibattito pubblico.
Un confronto, purché formulato con precisione, aiuta a mettere le grandezze in prospettiva. Per il PM2,5 nel 2024, ARPA Puglia riporta medie annue comprese tra 9 e 14 µg/m³ nelle sei centraline tarantine incluse nella relazione annuale. ARPA Lombardia indica che la stazione milanese con il valore più alto registra una media annua di 21 µg/m³. Si confrontano qui la stessa sostanza, lo stesso anno e la stessa unità di misura, ma non campioni perfettamente simmetrici: per Milano è riportato il valore della stazione peggiore, per Taranto una serie di stazioni. Il confronto non descrive quindi l’esposizione di ciascun abitante delle due città. [6] [7] Nessuno di questi valori, inoltre, va confuso con un giudizio complessivo sulla salubrità dei luoghi. La linea guida OMS per il PM2,5 è pari a 5 µg/m³ come media annua: è un riferimento sanitario, distinto dai limiti normativi applicabili. Le polveri sono miscele complesse; variano le sorgenti, la composizione, la distribuzione spaziale e i gruppi di popolazione esposti. Una media annuale urbana non esclude la presenza di concentrazioni diverse vicino a un impianto o durante episodi particolari. [8]
Se Milano o altre aree padane presentano valori superiori per un determinato indicatore, ciò non rende accettabile un’esposizione evitabile a Taranto. Ma neppure autorizza a trattare Taranto come un caso astratto, sottratto a ogni confronto nazionale. La conclusione dovrebbe essere più esigente: servono prevenzione e controlli in entrambi i contesti, con interventi calibrati in base alle rispettive sorgenti e alle effettive condizioni di esposizione.
Amianto e bonifiche: dalla quantità al progetto
La questione dell’amianto richiede altrettanta precisione. La sentenza della Cassazione richiama la presenza di 2.140 tonnellate di amianto nei cowper degli altiforni, dove l’amianto svolge una funzione di isolamento nell’intercapedine tra la struttura esterna in acciaio e lo strato di mattoni refrattari. La Corte considera rilevante la possibilità di dispersione delle fibre, anche in relazione al degrado e alle fessurazioni del refrattario. [1]
Il dato è inverosimile, se riferito al solo amianto, e problematico se fosse la somma di «amianto e refrattari», materiali che dovranno essere rimossi. I mattoni refrattari e l’isolamento sono distinti; le quantità dei rifiuti effettivamente prodotti dipenderanno dalla caratterizzazione e dalle modalità dell’intervento. La pericolosità dell’amianto è fuori discussione. È altrettanto necessario programmare concretamente la sua gestione. Chiedere dove verranno smaltiti i materiali rimossi non equivale a mettere in dubbio l’esigenza di bonificare. È una domanda essenziale di sanità pubblica e di ingegneria ambientale: quali materiali saranno rimossi, con quali cautele per i lavoratori e i residenti, attraverso quali modalità di trasporto, in quali impianti autorizzati e con quale capacità disponibile? Quali saranno i tempi, i costi e i controlli?
Non si parte da zero. Nel suo rapporto sui controlli allo stabilimento, sulla base delle dichiarazioni del gestore, ISPRA riporta l’invio di una parte dei rifiuti contenenti amianto già rimossi a impianti terzi autorizzati e di un’altra parte alla discarica interna V4. Il rapporto non individua nominativamente gli impianti di destinazione di terzi. [9]
A livello nazionale, il Rapporto ISPRA sui rifiuti speciali riporta che nel 2022 oltre 222.000 tonnellate di rifiuti contenenti amianto sono state smaltite in 17 discariche dedicate, in larga parte nel Nord Italia. L’esistenza di una filiera dimostra che lo smaltimento è possibile; quel dato, nazionale e storico, non dimostra però che vi sia, oggi, una capacità idonea e disponibile per ogni materiale proveniente da Taranto. [10] Un piano credibile deve quindi identificare destinazioni, capacità, autorizzazioni, tracciabilità e misure di protezione prima e durante i lavori. La difficoltà operativa non cancella l’obbligo di intervenire; ignorarla, invece, rischia di trasformare un obiettivo condivisibile in una promessa priva di un percorso verificabile.
Anche la perdita del lavoro è una questione di salute
Nel dibattito pubblico, le conseguenze dell’inquinamento sono giustamente affrontate come un problema sanitario. Le conseguenze della perdita del lavoro vengono invece talvolta relegate alla sola sfera economica, come se reddito, condizioni abitative, relazioni sociali e possibilità di progettare il futuro non incidessero sulla salute.
La letteratura suggerisce il contrario. Una revisione sistematica e metanalisi di 38 studi longitudinali ha rilevato che la disoccupazione è associata, in media, a un peggioramento degli indicatori di salute mentale; il ritorno al lavoro è associato a un miglioramento. Gli autori valutano tuttavia bassa la certezza complessiva delle evidenze e sottolineano la necessità di studi capaci di chiarire meglio i nessi causali. Anche una precedente metanalisi ha rilevato un’associazione tra disoccupazione e mortalità generale, evidenziando il problema dei fattori confondenti e della possibile influenza delle condizioni di salute preesistenti. [11] [12]
Questi risultati non consentono di affermare che ogni persona disoccupata si ammalerà, né di calcolare automaticamente quanti casi di malattia produrrà una specifica decisione sull’ex ILVA. Non permettono neppure, da soli, di stabilire che la perdita di lavoro provocherà «più danni» di quelli che si eviterebbero riducendo l’esposizione industriale. Per rispondere a una domanda del genere occorrerebbero scenari locali, popolazioni definite, esiti sanitari comparabili, periodi di osservazione e ipotesi esplicite.
Sarebbe tuttavia un errore speculare trattare quel rischio sociale come se fosse nullo. Una crisi occupazionale prolungata può aggravare le difficoltà economiche e il disagio psicologico, incidere sulle famiglie e indebolire la capacità di un territorio di rispondere ai propri bisogni. Anche l’incertezza occupazionale, prima ancora dell’eventuale perdita del posto di lavoro, può essere associata a un peggioramento della salute mentale: una politica di salute pubblica dovrebbe prendere sul serio anche questo rischio. [13]
Questo non significa chiedere ai lavoratori di accettare condizioni pericolose in cambio dello stipendio. Significa esigere che la tutela dall’esposizione e quella da una crisi sociale evitabile procedano insieme. Bonifiche, sostegno al reddito, formazione, ricollocazione e prospettive produttive sicure non sono misure alternative alla salute: fanno parte delle condizioni che la rendono possibile.
Il Servizio sanitario come infrastruttura della tutela
Per un territorio che convive con esposizioni presenti e passate, il rafforzamento del Servizio sanitario regionale dovrebbe essere una priorità. Curare meglio non sostituisce la prevenzione ambientale: una diagnosi tempestiva non elimina una sorgente di rischio. Ma ridurre le esposizioni non basta, da solo, a rispondere ai bisogni di persone già malate o a cancellare gli effetti delle esposizioni pregresse.
Alcuni indicatori aiutano a individuare problemi concreti, evitando giudizi generici sull’intero sistema pugliese. Nel monitoraggio AGENAS dei primi nove mesi del 2026, la Puglia ha rispettato i tempi massimi nel 55,3% delle prime visite specialistiche e nel 63,4% degli accertamenti diagnostici compresi nella rilevazione; i corrispondenti valori nazionali erano del 78,6% e dell’85,0%. La Puglia risultava in miglioramento rispetto allo stesso periodo del 2025, ma ancora distante dall’aggregato nazionale. Il monitoraggio non comprende tutte le prestazioni e le differenze nei criteri di priorità incidono sull’interpretazione dei risultati. [14]
Il quadro non è, tuttavia, riassumibile nella sola affermazione che tutti i servizi pugliesi siano insufficienti. Nel monitoraggio dei livelli essenziali di assistenza relativo al 2023, la Regione supera la soglia prevista in tutte e tre le macroaree valutate: prevenzione, assistenza distrettuale e assistenza ospedaliera. Si tratta di un risultato da riconoscere, che non annulla le criticità di accesso misurate con altri indicatori. [15]
Un ulteriore segnale proviene dal settore della mobilità sanitaria. Per il 2023, la Fondazione GIMBE riporta per la Puglia un saldo economico interregionale negativo di circa 253 milioni di euro. È un indicatore del rapporto tra le prestazioni erogate ai cittadini di altre regioni e quelle ricevute dai residenti pugliesi fuori regione; da solo non è una misura della qualità clinica né spiega perché ogni paziente si sia spostato. Letto insieme alle liste d’attesa, indica comunque la necessità di approfondire dove e per quali prestazioni l’offerta locale debba essere rafforzata. [16]
Nel loro insieme, questi segnali rendono fondata la preoccupazione per possibili carenze strutturali e organizzative, anche se da soli non ne misurano l’estensione né identificano una causa unica. Per passare dalla preoccupazione alla diagnosi dei bisogni, servono dati locali sulla dotazione di personale, sulla disponibilità dei servizi, sui tempi di accesso effettivi e sui percorsi oncologici. Riconoscere tali criticità non significa mettere in discussione l’impegno dei professionisti: significa chiedere che possano operare in un sistema adeguato ai bisogni della popolazione. [14] [16]
Per Taranto, ciò significa investire in personale, diagnostica, medicina territoriale e ospedaliera, presa in carico delle patologie croniche, salute mentale e sorveglianza adeguata delle persone esposte. Significa anche misurare se gli interventi riducono davvero i tempi di accesso e le disuguaglianze, invece di limitarsi ad annunciare nuovi stanziamenti. La conclusione operativa è coerente con l’esigenza di rafforzare il Servizio sanitario: maggiore tempestività diagnostica, accesso appropriato alle terapie, continuità assistenziale e un sistema di registrazione capace di misurarne i risultati. Nessuna di queste misure sostituisce la riduzione delle esposizioni ambientali; insieme a essa, possono trasformare la discussione sui numeri in un programma concreto di tutela.
Dalle contrapposizioni a una valutazione integrata
Una decisione pubblica responsabile dovrebbe rendere, per quanto possibile, confrontabili le conseguenze delle diverse opzioni: attuazione della sospensione e delle bonifiche, eventuali trasformazioni impiantistiche compatibili con le prescrizioni, riconversione produttiva e sostegno alle persone coinvolte. Non tutte queste opzioni sono immediatamente disponibili, né possono essere considerate equivalenti sul piano giuridico o tecnico. Qualsiasi scenario deve rispettare le decisioni efficaci e le condizioni di sicurezza applicabili.
Per ciascuno scenario occorrerebbe esplicitare le esposizioni attese, i gruppi interessati, i tempi, l’occupazione diretta e indotta, le misure di protezione sociale, la gestione dei rifiuti e le risorse sanitarie necessarie. Le linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità sulla valutazione dell’impatto sanitario offrono un riferimento metodologico: mettono in relazione esposizioni ambientali, analisi tossicologica, profili di salute e condizioni socioeconomiche della popolazione. [18]
Non si tratta di assegnare un prezzo alla salute, né di costruire una contabilità in cui alcuni casi di malattia siano compensati con un numero di posti di lavoro. Si tratta di riconoscere che le decisioni producono conseguenze diverse, distribuite in modo diseguale e spesso differite nel tempo. Una valutazione trasparente deve rendere visibili sia i benefici della riduzione delle esposizioni sia i rischi sociali e sanitari di una transizione non governata.
Il punto politico, in definitiva, non è scegliere quale diritto sacrificare. È impedire che la tutela dell’uno venga proclamata mentre l’altro resta senza risposta. Taranto, come tante città italiane, ha bisogno di aria più pulita, di bonifiche realizzabili e di lavoro sicuro; ma ha anche bisogno di cure accessibili e di un futuro credibile per le persone che oggi vivono nell’incertezza.
Se la discussione si ferma alla forza simbolica delle cifre o delle sentenze, il territorio rischia di pagare il prezzo di una contesa senza ricevere una soluzione. La responsabilità delle istituzioni è andare oltre: trasformare i diritti riconosciuti in interventi misurabili, finanziati e verificabili. È questo il banco di prova su cui la giustizia ambientale e la giustizia sociale devono incontrarsi.
La responsabilità dell’epidemiologo
Resta infine una questione che riguarda chi produce e interpreta le conoscenze su cui si fondano queste decisioni. L’epidemiologo non dovrebbe ragionare per tesi, selezionando i dati che confermano una posizione già assunta. Il suo compito è formulare ipotesi e sottoporre le proprie osservazioni a un vaglio rigoroso, cercando, anche e soprattutto, ciò che potrebbe contraddirle.
Questo richiede uno scetticismo metodologico che non coincide né con il negazionismo né con l’indifferenza di fronte alla sofferenza. Significa chiedersi come siano stati raccolti i dati, se i gruppi confrontati siano realmente comparabili, quali fattori alternativi possano incidere sui risultati e quanto pesino l’incertezza e i limiti del disegno. Significa, soprattutto, applicare lo stesso criterio sia alle conclusioni che confermano le proprie convinzioni sia a quelle che le mettono in difficoltà. Rivedere un calcolo, correggere un’interpretazione o sospendere un giudizio quando le prove non bastano non indebolisce la responsabilità civile dello scienziato. Ne è una condizione essenziale. Solo un’epidemiologia capace di mettere in discussione anche se stessa può contribuire a scelte pubbliche affidabili e rispettose della complessità delle persone e dei territori.
Riferimenti
1. Corte di cassazione, Sezioni Unite civili. Sentenza n. 28087 del 29 ottobre 2026. Testo integrale della sentenza.
2. World Health Organization, Regional Office for Europe. Health impact assessment of steel plant activities in Taranto, Italy. 2023. Rapporto OMS.
3. International Agency for Research on Cancer. Benzene. IARC Monographs, vol. 120. 2018. Monografia IARC.
4. World Health Organization. Exposure to benzene: a major public health concern. 2019. Scheda OMS.
5. World Health Organization. WHO guidelines for indoor air quality: selected pollutants. 2010. Linee guida OMS.
6. ARPA Puglia. Relazione annuale sulla qualità dell’aria in Puglia: anno 2024, aggiornamento. Relazione ARPA Puglia.
7. ARPA Lombardia. Qualità dell’aria, dati certificati per il 2024. 2025. Dati ARPA Lombardia.
8. World Health Organization. WHO global air quality guidelines. 2021. Linee guida OMS sulla qualità dell’aria.
9. ISPRA. 13° Rapporto controlli presso Acciaierie d’Italia S.p.A. di Taranto. 31 marzo 2026, pp. 53–55; dati sulla rimozione aggiornati al 31 maggio 2025. Rapporto ISPRA.
10. ISPRA. Rapporto rifiuti speciali. Edizione 2024: dati di sintesi. Dati 2022, p. 25. Rapporto ISPRA.
11. Sterud T, Lunde L-K, Berg R, Proper KI, Aanesen F. Mental health effects of unemployment and re-employment: a systematic review and meta-analysis of longitudinal studies. Occupational and Environmental Medicine. 2025;82:e110194. Articolo.
12. Roelfs DJ, Shor E, Davidson KW, Schwartz JE. Losing life and livelihood: a systematic review and meta-analysis of unemployment and all-cause mortality. Social Science & Medicine. 2011;72:840–854. Articolo.
13. Rönnblad T e colleghi. Precarious employment and mental health: a systematic review and meta-analysis of longitudinal studies. Scandinavian Journal of Work, Environment & Health. 2019. Articolo.
14. AGENAS. Bollettino liste di attesa, n. 1. Dati gennaio–settembre 2026. Bollettino AGENAS.
15. Regione Puglia, Ufficio statistico. Ministero della Salute. Monitoraggio LEA. Anno 2023. Pubblicato il 12 agosto 2025. Scheda e collegamento al rapporto ministeriale.
16. Fondazione GIMBE. La mobilità sanitaria interregionale nel 2023. Comunicato del 4 marzo 2026. Analisi GIMBE.
17. ARPA Puglia, AReSS Puglia, ASL Taranto. Rapporto di Valutazione del Danno Sanitario. Acciaierie d’Italia S.p.A. (ex ILVA S.p.A. in AS), edizione 2025. Tabelle 5.1, 5.8 e 5.9, pp. 61, 76 e 78. Rapporto VDS 2025, archivio ARPA Puglia.
18. Istituto superiore di sanità. Soggiu ME, Menichino M, a cura di. Linee guida per la valutazione di impatto sanitario: approfondimento tecnico-scientifico. Rapporti ISTISAN 22/35. 2022. Rapporto ISS.
Ricordo, per aver partecipato alla stesura delle Linee Guida sulla Qualità dell’Aria, che la stima deriva dall’estrapolazione lineare a zero della curva dose-risposta osservata in lavoratori della Goodyear: da 0.3 a 0.5 casi aggiuntivi di leucemia per 1000 lavoratori esposti a 45 ppm-anno di esposizione cumulativa a benzene (Paxton MB, Chinchilli VM, Brett SM, Rodricks JV. Leukemia risk associated with benzene exposure in the pliofilm cohort. II. Risk estimates. Risk Anal. 1994;14(2):155-161). Il calcolo della IUR (Inhalation Unit Risk) prevede la correzione per diversi fattori, come quello di conversione dei ppm in mg/m3 (1 ppm ≈ 3 mg/ m3), i 20 m3 d’aria respirati 365 giorni all’anno dalla popolazione generale rispetto ai 10 m3 per 240 giorni lavorativi. ↑

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